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Bulli e bullismo: di che cosa stiamo parlando?

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PREMESSA– Educare al rispetto

Essere genitori oggi significa muoversi in un territorio complesso, fatto di cambiamenti rapidi, nuove forme di relazione e sfide educative spesso inedite. I nostri figli crescono in un mondo dove le parole viaggiano veloci, le immagini restano e le relazioni iniziano sempre prima, dentro e fuori dalla scuola, online e offline.
In questo scenario, educare al rispetto non è qualcosa che si può dare per scontato. Non basta “insegnare a essere gentili”: il rispetto si costruisce giorno dopo giorno, attraverso gli esempi che offriamo, il modo in cui parliamo, ascoltiamo, interveniamo o scegliamo di non intervenire.

Il tema del bullismo entra spesso nella vita delle famiglie in modo improvviso: una telefonata della scuola, un figlio che non vuole più entrare in classe, un cambiamento d’umore difficile da decifrare. Quando succede, è facile sentirsi impreparati, spaventati o in colpa. Eppure il bullismo non è il fallimento di un singolo genitore, ma il segnale di un disagio relazionale che coinvolge bambini, ragazzi e adulti.
Parlarne in modo chiaro, senza allarmismi né semplificazioni, è il primo passo per aiutare i nostri figli a crescere in relazioni più sane. Comprendere cos’è il bullismo, perché nasce e quale ruolo possono avere famiglia e scuola significa prendersi cura non solo di chi subisce, ma anche di chi agisce e di chi osserva in silenzio.

Educare al rispetto è un percorso che riguarda tutti. Ed è da qui che possiamo iniziare.
Educare al rispetto non significa solo “insegnare le buone maniere”. Significa aiutare i figli a stare nelle relazioni, a riconoscere i propri limiti e quelli degli altri, a dare un nome alle emozioni e a gestire il conflitto senza trasformarlo in violenza.
Il bullismo non nasce all’improvviso e non riguarda “solo la scuola”. È un fenomeno che cresce nel tempo, spesso in silenzio, e che chiama in causa anche il mondo adulto.

Cos’è davvero il bullismo (e cosa non lo è)
Il bullismo non è una lite occasionale né un carattere “un po’ forte”. È un comportamento che ha tre caratteristiche precise:
Intenzionalità: c’è la volontà di ferire, umiliare o dominare.
Ripetizione: l’atto si ripete nel tempo.
Squilibrio di potere: la vittima non riesce a difendersi, per età, forza, status sociale o fragilità emotiva.
Può assumere forme diverse:
verbale (insulti, prese in giro, minacce);
relazionale (esclusione, isolamento, diffusione di voci);
fisica;
digitale, attraverso chat, social e videogiochi.
Minimizzare con frasi come “sono solo scherzi” o “devono imparare a difendersi” impedisce di cogliere il disagio reale che si sta manifestando.

Perché nasce il bullismo: cosa c’è dietro il comportamento
Una delle verità più difficili da accettare per un genitore è questa: chi fa il bullo, molto spesso, è un bambino o un ragazzo che ha sofferto. Questo non giustifica il comportamento, ma lo spiega. Dietro l’aggressività si trovano spesso:
esperienze di umiliazione o svalutazione (a casa, a scuola, nel gruppo dei pari);
mancanza di un adulto che aiuti a leggere e contenere le emozioni;
modelli educativi basati sul controllo, sulla paura o sulla punizione;
difficoltà a sentirsi visti, riconosciuti, importanti;
incapacità di gestire frustrazione, rabbia e senso di impotenza.
Un bambino che ferisce non ha imparato un altro modo per stare in relazione. Spesso colpisce l’altro dove lui stesso è stato colpito.

E se mio figlio fosse coinvolto?
Il bullismo riguarda tutti i ruoli, non solo la vittima. La vittima può mostrare segnali come ritiro sociale, somatizzazioni, cambiamenti d’umore, rifiuto della scuola, silenzi improvvisi.
Il bullo non è sempre riconoscibile: può essere sicuro di sé, popolare, apparentemente “forte”. Ma dietro c’è spesso una grande fragilità emotiva. Gli spettatori imparano che stare zitti è più sicuro che intervenire. Anche questo è un apprendimento pericoloso. Come genitori è fondamentale non chiedersi solo “da che parte sta mio figlio?”, ma “che competenze relazionali sta costruendo?”.

Il ruolo della scuola: alleanza, non delega
La scuola ha un ruolo centrale, ma non può agire da sola.
Una scuola che previene il bullismo lavora sulle competenze emotive e relazionali, non solo sulle regole. Osserva le dinamiche di gruppo e non solo i singoli comportamenti e si preoccupa di intervenire presto, prima che le etichette (“bullo”, “vittima”) si fissino e, non per ultimo, coinvolge le famiglie in modo collaborativo, non accusatorio.
Quando scuola e genitori comunicano poco o solo nei momenti di emergenza, il rischio è quello di intervenire troppo tardi. Le parole che usiamo in famiglia contano più di quanto pensiamo. I bambini imparano il rispetto prima in casa che fuori.
Frasi come:
“Se ti trattano male, rispondi più forte”
“Non fare la femminuccia”
“Chi è debole soccombe”
trasmettono un’idea precisa: che la forza valga più della relazione.

Educare al rispetto significa:
dare parole alle emozioni (“vedo che sei arrabbiato”);
insegnare a distinguere tra rabbia e violenza;
mostrare come si ripara un errore, anche da adulti;
usare un linguaggio che non umilia, nemmeno nei momenti di fatica.

Le parole costruiscono l’immagine che un figlio ha di sé e degli altri.
Educare al rispetto non significa essere genitori perfetti. Significa essere genitori presenti, disposti a mettersi in discussione, a chiedere aiuto, a fare squadra con altri adulti. Il bullismo non si combatte con la paura, ma con relazioni significative, essendo adulti autorevoli e coerenti che portano messaggi chiari di inclusione e responsabilità.
Ogni bambino può imparare a rispettare se prima si è sentito rispettato.
Ogni comportamento può essere corretto se prima viene compreso.
Educare al rispetto è, in fondo, educare all’amore.

Bibliografia essenziale
Olweus, D. – Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono
Goleman, D. – Intelligenza emotiva
Lancini, M. – Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita nell’era digitale
Cavanna, A. – Educare alle emozioni

Antonella Beggiato